Aldo Manfredi

Velvet Underground

velvet underground

Meraviglioso…
Ovviamente se amate i Velvet e non avete la presunzione di sapere già tutto su di loro…
Perché se ha un pregio questo film, che non è un documentario, sia chiaro, questo è cinema puro, è quello di dirti cose che forse non sapevi, o non avevi così a fuoco…
C’è un lavoro sul montaggio e sui suoni che rasenta la perfezione, con piani fissi prolungati dei visi di Reed, Cale e gli altri, senza sbattere le ciglia, come da indicazioni di Warhol, che sembrano niente ma incantano, ipnotizzano… Suggerisce, almeno mi è sembrato, che il ruolo di quest’ultimo non sia stato cosi importante come tutti, in fondo, pensiamo. Lo è, ovviamente, lui li lancia nel firmamento, aggiunge un côtè di glamour e avanguardie pop art che li ricopre di lustrini, ma non sembra entrare nel processo creativo delle musiche, che sembrano di esclusivo dominio del duo Cale-Reed, una commistione mai udita – è questa la creatività? – tra l’educazione anglosassone unita allo studio classico della viola del gallese, con un autore, Reed, che parlava di eroina, di rapporti sadici, di dolore, di strada, di sofferenza, di tutto quel che rappresentava vivere nel Village a New York in quegli anni tremendi, con l’eroina che vagava per i sobborghi come la Peste Nera…
E le musiche, con quel ritmo apparentemente monotono che prendano dal maestro di Cale, La Monte Young, autore che ammetto conosco solo di fama ma che, qui, sembra molto più influente di tutti gli altri, anche di Cage, che detta il gesto ovviamente, lo sberleffo, lo schiaffo della performance happenning anni ’60 ma il ritmo, quella nota di viola elettrica ripetuta per tutto il tempo, quell’apparente piattezza, monotonia e noia di certi pezzi arriva direttamente dalle note prolungate di Young. Prendiamo Heroin, che viene continuamente riproposta da Haynes: praticamente per tre quarti della durata c’è un unica nota di viola elettrica del gallese, sempre uguale fino alla fine del pezzo, ben mimetizzata sotto le chitarre che da sola cambia – ora si che la noto – tutta l’atmosfera del pezzo… O i movimenti minimi di Venus in Furs, il mantra di All Tomorrow Party, il fastidio di quell’unica nota castigata ripetutamente con l’archetto avanti indietro avanti indietro che è alla base di uno dei più bei pezzi di pop art mai scritti, The Black Angel’s Death Song…
Ti fa capire meglio il significato di The V.U. e soprattutto di Loaded, quest’ultimo senza Cale, che di certo non è la sorelle brutta dei loro quattro capolavori come pensavo…. Tutto questo inserito in un caleidoscopio fatto di immagini e filmati inediti, che ha fornito al regista anche Laurie Anderson, l’ultima compagna di Lou e un montaggio – mi ripeto – davvero dissonante, fatto di luci molto sixties, psichedelia pura..
Todd Hynes poi, assieme ai due Anderson, si conferma quello che è, uno dei maggiori registi statunitensi, quello di Lontano dal Paradiso, uno dei melò più struggenti di inizio millennio… Se avete amato quella pellicola le emozioni saranno diverse ma l’intensità, quella, resta la stessa…
Infine non era facile evitare il format di sequenza filmati d’epoca alternate al commento di esperti con sguardo in macchina… qui si parla poco, solo chi è ancora in vita dei quattro e chi li ha conosciuti di persona parla, e sempre all’interno di inquadrature mai banali… Questioni di scelte e di coraggio, oltre che di lasciare spazio all’unica cosa che, alla fin fine, conta nel cinema: le immagini.
Sublime…

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